Nel dibattito sul futuro degli oratori, il rischio è spesso quello di fermarsi alla superficie: spazi da “riempire”, attività da programmare, giovani da intercettare. Il progetto “PONTI – Periferie e Oratori: Nuove Traiettorie per l’Inclusione”, realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo e Fondazione Vismara e promosso da Cooperativa Farsi Prossimo come capofila di una rete di 10 oratori distribuiti su 2 municipi e diversi quartieri, prova invece a spostare lo sguardo. Il cuore del progetto non è l’evento, ma il metodo di lavoro: una visione educativa che riconosce l’oratorio come luogo vivo, attraversato da relazioni, domande, conflitti e potenzialità ancora inesplorate.
L’oratorio come processo, non come contenitore
Il punto di partenza di PONTI è chiaro: l’oratorio non è solo uno spazio fisico da aprire e chiudere, ma un processo educativo e comunitario da abitare. In questa prospettiva l’educatore non è un semplice organizzatore di attività, né un “animatore” nel senso riduttivo del termine, ma un attivatore di processi. Un professionista che lavora perché le persone – giovani, adulti, volontari, comunità parrocchiali – possano rileggere il proprio contesto, riconoscere bisogni reali e immaginare risposte condivise.
È un cambio di paradigma non banale: significa accettare che il lavoro educativo non produca risultati immediati e misurabili, ma trasformazioni lente, spesso invisibili, che riguardano il modo di pensare, di collaborare, di stare insieme.
Uno degli assi portanti del progetto PONTI è la promozione del lavoro di rete. Cooperativa Farsi Prossimo non si limita a coordinare gli oratori coinvolti, ma investe nella costruzione di relazioni tra soggetti diversi: parrocchie, scuole, associazioni, servizi sociali, realtà del Terzo Settore. L’educatore diventa così un facilitatore di connessioni, una figura di mediazione capace di far dialogare mondi che spesso si sfiorano senza incontrarsi.
In questo senso, l’oratorio smette di essere autoreferenziale e si apre al territorio, diventando uno spazio di confine: tra generazioni, tra culture, tra istituzioni formali e vita quotidiana. Non tutto si può fare da soli, e PONTI assume come principio operativo il “non fare da soli ciò che si può fare insieme”.
Spazi aperti, spazi significativi
Aprire un oratorio non significa solo tenerne aperti i cancelli. Una delle domande centrali del progetto riguarda la gestione degli spazi: chi li usa, come li usa, a quali condizioni, con quale senso di appartenenza. PONTI invita le comunità ad interrogarsi sul legame tra spazio e relazione, tra organizzazione e inclusione. Gli spazi diventano così uno strumento educativo: luoghi in cui si sperimentano responsabilità, autonomia, convivenza. In questa logica, l’educatore accompagna la comunità a ripensare regole, abitudini e pratiche consolidate, senza imporre modelli ma favorendo processi di co-costruzione.
Un altro elemento qualificante del metodo PONTI è il lavoro intergenerazionale. Gli oratori, per loro natura, sono luoghi in cui si incontrano età, ruoli e storie diverse. Il progetto valorizza questa caratteristica, promuovendo esperienze in cui bambini, giovani, adulti e anziani non siano semplicemente destinatari di attività parallele, ma protagonisti di un percorso comune.
L’educazione, in questo senso, non è delegata a una figura sola, ma diventa responsabilità diffusa: una vera e propria comunità educante, capace di prendersi cura delle persone nella loro globalità e non per compartimenti stagni.
Educare oggi: stare nelle domande
Il metodo di lavoro di PONTI, come emerge anche dall’intervento quotidiano di diversi operatori del progetto, si fonda su una scelta precisa: stare nelle domande, più che affrettarsi a dare risposte. Significa osservare i contesti, ascoltare le persone, accettare la complessità e la fatica del cambiamento. I progetti non sono gabbie rigide, ma strumenti flessibili, continuamente ricalibrati a partire dalla realtà.
In un tempo segnato da fragilità sociali, solitudini giovanili e comunità spesso indebolite, PONTI propone una visione sempre più necessaria: l’oratorio come luogo in cui si costruiscono PONTI, non scorciatoie. Ponti tra dentro e fuori, tra presente e futuro, tra bisogni e possibilità.
È qui che il lavoro educativo ritrova il suo senso più profondo.